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In realtà debbo confessare che questo viaggio ha avuto inizio lo scorso 24 agosto 2004; quel giorno, come avevo fatto altre volte e come feci una volta di più, digitai in Google il nome del nostro CLAUDIO BAGLIONI. In quell’occasione decisi di cercare solo i links spagnoli, premetti il tasto “invio” sulla tastiera del mio computer e ... ecco che, quasi senza rendermene conto, avevo dinanzi agli occhi - i quali per l’emozione rimasero là fissi - un sito subito rivelatosi essere quella specie di tesoro che ogni esploratore della buona musica vorrebbe sempre trovare. Dopo essermela spassata in giro per tutte le sue varie pagine, e dopo incessanti ricerche, avido come un assetato alla fine di una lunga peregrinazione nel deserto, lasciai il mio indirizzo alla nostra cara Jefa (webmistress), Doremi. Passarono però i giorni e, benchè di tanto in tanto tornassi a far visita a SOLOCLAUDIO, non serbavo molte speranze riguardo alla possibilità di ottenere una qualche risposta. Una mattina del recentemente inauguratosi mese di settembre mi resi conto che quella pagina web aveva una vita propria, che la abitavano degli esseri umani (alcuni di loro, in verità, stavano addirittura vicino a casa mia), ed a poco a poco andai perdendo quella sensazione - comune, credo, a tutti noi - di essere “Solo”, e... “Se adesso suono le canzoni, quelle stesse che tu amavi tanto”, e“non sa delle nostre fantasie del primo giorno”... Caspita, se le abbiamo suonate, quelle canzoni! E se sono tornate, quelle fantasie ... e sono divenute realtà, proprio come cantava a quell’epoca Claudio in uno dei miei brani preferiti. A partire da lì, tutto quanto accadde in seguito fu una cascata irrefrenabile di sentimenti ed emozioni, un continuo desiderio di stare con voi. Doremi mi indicò la via, il Libro de Visitas (guestbook); il mio primo tentativo non fu fruttuoso e io battei subito in ritirata. Fu sempre lei ad aiutarmi a far capire agli altri che io ero “Pata negra” [intraducibile letteralmente, significa per traslato “di ottima qualità”; è riferito in Spagna ad un locale prosciutto tipico – jamòn iberico de bellota”pata negra” - a denominazione d’origine controllata; nota del traduttore], che esistevo per davvero, anche se, in quel momento, già avevo chiamato al telefono alcune volte tanto la stessa Jefa quanto Alberto. Inoltre, il primo week end lo passai cercando di mettermi in contatto con Paco detto “Puoi” (una sensazione pesante di assomigliare a Paco Lobatón [giornalista e presentatore televisivo spagnolo, nota del traduttore] si impadronì di me), fino a che giunse il giorno decisivo con lui, un sabato mattina; dopo una lunga chiacchierata telefonica scoprimmo che eravamo stati compagni di scuola in passato, e ci demmo appuntamento per incontrarci di persona, lui, Quini ed io. L’incontro si concretizzò a breve; ricordo che mi sentivo nel mio elemento, perchè parlavamo la stessa lingua (Avrai, I vecchi, Ragazze dell’est...), quella lingua che fino a quel momento io non avevo potuto condividere con nessuno. Per di più Puoi, recentemente, aveva visto Claudio in concerto a Firenze; mi raccontò cose meravigliose sul piacere che si prova ad assistere ad un suo concerto dal vivo. Ci scambiammo infine alcuni piccoli doni per suggellare quell’incontro. Quella stessa notte mi ritrovai a non poter smettere di guardare Claudio nel suo DVD “Tutto in un abbraccio”; l’emozione si era appropriata di me in un modo tale che potrei definire quell’esperienza come una scossa elettrico-musicale, la quale mi attraversò il corpo dalla testa ai piedi, penetró nel mio cuore, nel mio cervello ... finalmente potevo sapere cosa faceva il mio idolo dal vivo; fu una esperienza indimenticabile in più, che mi apriva la via verso un futuro assai prossimo. Le mie visite al guestbook iniziarono a moltiplicarsi. Un giorno Sarita mi sorprese con una tenerezza assolutamente inaspettata; iniziavo a sentire che facevo parte della famiglia, e che tutti intuivano come dai miei messaggi trasparisse un grande desiderio di farmi strada in quello spazio di meravigliosa umanità musicale. Fu allora che venni informato dell’imminente celebrazione del Cla’ 3; il momento non era dei migliori in relazione ai miei impegni; mi resi conto che la mia presenza dipendeva più da un piccolo miracolo che da qualsiasi altra cosa. 9 settembre ... durante quella mattinata la mia mente iniziò ad ardere dal desiderio di stare vicino a voi; leggevo i messaggi e non potevo frenare la mia crescente voglia di fare un viaggio fino a Valencia. Arrivai a casa mia un po’ dopo le tre; mia moglie, compagna di vita da più di 25 anni, mi guardò in viso e subito mi lesse nel pensiero: -Io dissi- “Ho una brutta notizia per voi”, -e lei- “Vai a Valencia”; come potete immaginare le risposi affermativamente, senza pensarci su due volte. Mia figlia non voleva che io me ne andassi durante il week end. Mia moglie (benedette voi donne, cui basta uno sguardo per leggerci nel pensiero) mi chiese - Ma cos’è che ti ha fatto venire la voglia di fare un viaggio tanto lungo?- La mia risposta: -“E’la cosa che mi dà più entusiasmo in questo momento della mia vita”-. Lei, con la sua solita dolcezza, fece capire la situazione a nostra figlia, che altrimenti non mi avrebbe perdonato. Ciò mi fece pensare a quanto amore ci fosse stato nel gesto di mia moglie, alla quale desidero rendere qui un piccolo omaggio con una frase di Francisco Céspedes nel suo disco Vida Loca “In amore occorre smettere di essere uno per voltarsi nella direzione dell’altro”. Superai il primo ostacolo della mia lotta contro il tempo. Chiamai la RENFE, le ferrovie spagnole: biglietti non disponibili per il giorno di venerdì nè tantomeno per quello di sabato; di nuovo fui preso dallo sconforto. Bisognava escogitare rapidamente qualche altra soluzione per il viaggio; improvvisamente mi ricordai di un vecchio amico che lavora in una ditta di autobus, presi il telefono cellulare, lo localizzai e – dopo meno di 10 minuti – egli mi stava già fornendo tutte le informazioni sui tragitti, dicendomi che mi avrebbe lasciato il tutto alla stazione dei bus qualora avessi deciso infine per il sì; praticamente non gli lasciai neanche il tempo di riagganciare ... già ero lì, ed in fretta acquistai i biglietti. Il mio progetto iniziava a prendere una forma reale, già mi vedevo con la fantasia a Valencia e del resto mancavano ormai soltanto 24 ore alla partenza. Un’altra questione da risolvere fu quella di dove dormire. Doremi, con la sua grande cortesia, mi indicò due alberghi vicini, dove avrei potuto pernottare; durante la nostra conversazione telefonica ricordo che, incrociando un gruppo di pedoni, fui ad un passo dall’essere investito da un’auto; fortunatamente, però, me la cavai solo con un grande spavento. La mia agenzia di viaggi tuttavia mi disse che non c’era la possibilità di prenotare posti per il week end in quei due alberghi, e che la soluzione era prenotare a Valencia, all’ Hotel Turia, -Ok, se non c’è alternativa-, -mi dissi-, - che ci posso fare?- (la la verità è che, per quella notte, probabilmente non mi sarebbe importato neppure di dormire all’addiaccio). Dopo aver dato la buona notizia a Doremi ed Alberto, arrivai a casa pieno di allegria. Vado! vado!, esclamai; brandivo i due biglietti e la prenotazione dell’hotel, come un bimbo cui abbiano appena regalato, nel giorno dell’Epifania, il giocattolo che tanto desiderava. Evidentemente l’unica cosa che io potessi fare, dopo aver conseguito tutto ciò, era convincermi che fosse vero e credere che esistono i piccoli miracoli della vita, perciò ve lo feci sapere scrivendolo nel guestbook. Venerdì 10 settembre. Ricevo una telefonata di Puoi, che già era stato informato del mio viaggio verso est; lo invitai insistentemente ma alla fine mi resi conto che per lui era impossibile. Un’altra spinta molto incoraggiante me la diede Pac, che fino a quel momento io non conoscevo. Mi disse: “Uno deve avere un paio di “cosi” così ... per attraversare mezza Spagna al solo scopo di stare poche ore con noi”. Ti ricordi... Pac? Già capivo che tu sentivi dell’affetto per me, però ancora non mi rendevo conto di quanto grande e profondo quell’affetto fosse. Molti dei miei compagni di lavoro vennero a conoscenza della notizia, però ad una mia collega in particolare non potei fare a meno di dirlo all’orecchio, come chi desidera condividere la propria felicità; lei aveva sempre creduto che io ce l’avrei fatta a presenziare al Cla’ 3, quando neppure io lo credevo possibile. Potete immaginarvi la sua faccia? Quasi fuori tempo massimo riuscii a prendermi un giorno di ferie per il ritorno, da usare in caso di eccessiva stanchezza. A partire da questo istante il tempo inizia a rallentare ... e conto le ore, i minuti ed i secondi che restano al Viaggiatore per iniziare la sua avventura. Dedico il pomeriggio a preparare alcuni ricordini per omaggiare coloro con i quali avevo parlato in talune occasioni o che - come Pac – mi incoraggiavano con le loro parole nel guestbook. Riempii una valigetta con le sole cose indispensabili per un viaggio di durata così breve, lasciandovi molto spazio per ospitare la speranza, l’entusiasmo, la vostra eventuale amicizia e – ovviamente - CLAUDIO BAGLIONI. Cenai alquanto frugalmente; avevo un nodo allo stomaco che non mi faceva mandare giù un granchè ... la mia fame era di un tipo diverso, quello che non può saziarsi con un pasto. Alle ore 00.06 dell’appena nato 11 settembre chiamai un taxi. Salutata mia figlia ed ormai già in strada, iniziai ad essere assalito da un crescente nervosismo; avevo l’impressione che l’auto non arrivasse mai. Alla fine, dopo pochi minuti, il taxi giunse, -alla stazione degli autobus-, indicai; una volta entrato in macchina il tassista mi chiese–Va a Madrid?-, ed io risposi, -no, vado a Valencia, nella capitale mi limito a cambiare mezzo – e, come suole succedere in questi casi, chiacchierammo brevemente durante il tragitto; parlammo del tempo, del suo lavoro ... Giunto lì, occupai prontamente il mio sedile. Mentre l’autobus lasciava la stazione mi ritrovai un po’ confuso, - avrò preso l’autobus giusto? Il passeggero di fianco a me, un ragazzo dalla corporatura robusta, mi informò che il mezzo fermava prima a Cáceres, poi a Trujillo, Navalmoral de la Mata... -¿arriverò in tempo?-, mi chiedevo. Il mio compagno di viaggio era un funzionario, andava a sostenere le prove di un concorso per ottenere un avanzamento di carriera, e così, quando giungemmo a Cáceres, gli dissi: -Mettiti a dormire, perchè tu devi fare cose importanti, ti ci giochi molto-. Ci sono viaggiatori che, a causa della loro abitudine agli spostamenti, sono dei veri professionisti del riposarsi lungo il tragitto. Io, al contrario, non sono il tipo capace di prendere sonno a bordo di un autobus; tuttavia confesso che quel ragazzo finì con il contagiarmi e che riposai fino al nostro arrivo a Móstoles dove anch’egli si svegliò. Quando arrivammo a destinazione erano le 6.00 del mattino. Facemmo colazione e ci dicemmo arrivederci, augurandoci reciprocamente buona fortuna. Iniziai la mia lunga attesa fino alle 7.00, quando salii sul secondo autobus, quello che doveva portarmi alla mia destinazione finale, Valencia. Questo tratto di strada, se possibile, mi sembrò ancor più lungo del precedente; la mia ansia di posare il piede sul vostro suolo benedetto faceva sì che i chilometri crescessero di metro in metro. Giunto a circa 40 Km. da Valencia inviai un sms a Doremi, -“Sto per arrivare, c’è qualcuno lì?”- ma non ricevetti risposta alcuna. Alla fine, dopo qualche altro giro, giunsi a destinazione. Scendendo le scalette lanciavo sguardi tutt’attorno; Alberto mi aveva detto in precedenza che sarebbe venuto a prendermi indossando la sua maglietta di Claudio. Io pensavo: -Non mi avranno riconosciuto ... sicuramente mi stanno cercando come io sto cercando loro, ma non riusciamo a vederci-. Provai in varie occasioni a chiamare la Jefa ma senza esito. Poco dopo mi telefonò Caravan, però non riuscimmo a parlare perchè c’era un problema di campo telefonico. Non potevo fare a meno di sentirmi un po’ abbandonato a me stesso; sono molto provinciale, lo riconosco, e non sono molto abituato a muovermi troppo dalla mia terra. Ricevo un’altra telefonata; rispondo credendo si tratti di nuovo di Caravan, ed invece si tratta di Doremi, la quale mi dice che l’hotel è molto vicino; io le dico che lo sapevo e che la mia preoccupazione principale era che loro stessero cercandomi senza esito e viceversa. Mi spiega che la notte precedente era stata pesante e che la stanchezza si era fatta sentire, sicchè non erano riusciti a venire a prendermi lì alla stazione degli autobus, -Capisco- le rispondo; e lei: -Vai all’hotel, che entro un’ora Caravan, Piko ed io passeremo a prenderti lì-. Arrivo all’hotel, dove la prima cosa che vedo è un grande quadro che ritrae Puerta de Palmas, il monumento più emblematico di Badajoz, la mia città [situata all’estremo ovest della Spagna, confina praticamente con il Portogallo e rispetto a Valencia si trova all’estremità opposta della penisola iberica; nota del traduttore]. La receptionist mi dice che prima delle 12.00 non posso prendere possesso della camera, e così mi trovo ad aspettare ancora; tanto per far qualcosa prendo un cappuccino. Dopo 60 lunghi minuti, alla fine, mi danno una camera ... però non posso entrare ... lotto titanicamente con la tessera magnetica senza alcun risultato positivo. Chiedo aiuto ad una cameriera ed in un batter d’occhio lei ottiene il risultato che a me non era riuscito di conseguire in oltre 10 minuti di disperazione. Prendo possesso di un luogo dove, fortunatamente, dovrò stare solo poche ore; mi faccio una doccia, faccio un po’ di zapping con la TV, inizio a convincermi che sono qui, isolato, e mi ricordo in questo momento, per provare a farmi coraggio, di una frase tratta dal mondo della corrida -“ai toreri non piace che le cose inizino bene”-. Come il miglior “espada” rifletto e giungo alla conclusione che le storie non sono mai come cominciano bensì come finiscono. Penso e ripenso (come nella nostra “Favola blu”), finchè, sfinito dalla stanchezza, inizio ad addormentarmi. Suona il cellulare; la voce trafelata di Doremi mi dice che tra 15 minuti arriveranno all’ingresso del mio hotel per venire a prendermi nei pressi della zona che dà sul fiume; dice questo con tanta naturalezza che sembra stia parlando con qualcuno che vive a Valencia da molto tempo –Abbiamo una Seat Ibiza- dice. La mia impazienza senza fine fa sì che ogni Seat Ibiza che vedo mi sembri quella giusta, finchè si fermano due auto; Do, dandomi un veloce bacio di benvenuto, mi dice che ci saluteremo poi, perchè vanno un po’ di fretta; in quello che sembra un rapimento in piena pubblica via, lei mi invita a montare nella macchina che sta dietro –starai più fresco-, dice. Certamente il vostro “caló” [“calore” in valenciano; nota del traduttore] è più appiccicoso di quello dell’Estremadura che ti distrugge. Faccio conoscenza con Piko e con Alberto, che pure era con noi (ero stanchissimo ed a tratti perdevo la nozione del tempo e dello spazio); ricordo che scambiai alcune parole con loro. In pochi minuti arriviamo al ristorante “Arantxa” di Catarroja, dove pranziamo ottimamente; tra una portata e l’altra iniziamo naturalmente a fare conversazione, il che ci aiuta tutti a rompere un po’ il ghiaccio; ci scattiamo pure le prime foto assieme. Fu allora che iniziammo a stringere i primi legami, benchè il gruppetto fosse ancora piccolo; il meglio stava per arrivare.
Dopo un “arroz caldoso” [risotto con ingredienti simili a quelli della paella, però solitamente cucinato in una casseruola, nota del traduttore] ed altri piatti del pari squisiti, tornammo alle due autovetture per portarci alla volta della casa di Doremi in Picassent. La sua cagnetta ci accolse tutta eccitata; è molto affettuosa, e a modo suo non la smetteva un attimo di salutare tutti coloro che le si ponessero davanti, forse contagiata dalla tensione emotiva che si iniziava a respirare; ti saltava letteralmente al collo e continuava a spostarsi da una parte e dall’altra; sinceramente non sono abituato a questo tipo di effusioni canine, però, come tutti gli altri, mi ci abituai rapidamente. Doremi, gentilissima, ci fece sentire subito a nostro agio portandoci alcune bibite, e iniziammo ad entrare in contatto gli uni con gli altri. All’inizio io me ne stavo un po’ sulle mie, mentre Alberta ci mostrava i suoi numerosissimi biglietti d’ingresso ai vari concerti di Claudio; io, per parte mia, la guardavo con una certa invidia, non avendo mai potuto godere di ciò che ha avuto lei.
Del pari conobbi Vane e suo marito, Juan Ramón, il quale chiarì che era là essenzialmente come accompagnatore di sua moglie più che come fan di Claudio. Le conversazioni proseguivano ed io continuavo a starmene discretamente in secondo piano, senza che la mia logorrea ancora iniziasse – com’è invece usualmente suo costume – a farsi sentire. Sullo schermo del televisore appaiono immagini del DVD “Tutto in un abbraccio” e nasce una specie di forum spontaneo, in cui ciascuno si esprime, dice la sua ... Alberta dimostra che conosce nel più remoto dettaglio non solo la vita del nostro caro Claudio ma anche quella di Giovanni e Paola. Proprio in questo momento mi rendo conto che di fronte a me c’è una persona che rende inutile dover viaggiare fino in Italia per saperne di più sulla musica di quel Paese, e non so se io lo abbia fatto deliberatamente ma mi ritrovo seduto al suo fianco, sullo stesso divano. In questo momento è lei, con la sua deliziosa espressività, la persona che ci parla - in minuzioso dettaglio - di tutto, assolutamente tutto, l’immaginabile e l’inimmaginabile del Romano d’Oro; a volte avevo la sensazione che Alberta facesse parte del nucleo di persone che sono più vicine a Claudio. Diamo il benvenuto ad altri amici che, con il loro arrivo, fanno crescere il gruppo ... Pac e Pepi, Sara, Venancio... io li salutavo, però ancora non li mettevo in relazione con ciò che mi ero immaginato nel guestbook; in più ancora non sapevo affatto che Pac era proprio colui che, con i suoi messaggi, la mattina precedente mi aveva dato l’incoraggiamento decisivo affinchè mi decidessi a partire per Valencia.
Il gruppo ora si trova raccolto di fronte all’immagine in TV del nostro cantante... trattasi di esibizioni dal vivo tratte dal leggendario programma “Applauso” del canale spagnolo TVE.
Alberta mi disse che voleva fotografare dallo schermo l’immagine del viso di Claudio a quell’epoca, e così fece. Successivamente assistiamo al duetto di Claudio con Monserrat Caballé [duettarono – primissimi anni ’90 - in “Sabado por la tarde”; Claudio suonava il pianoforte e la Caballé cantava, peraltro in maniera totalmente incomprensibile; nota del traduttore], e qui ovviamente partono i commenti su tutto ciò che in quel duetto ebbe a combinare la diva dell’opera lirica. Continuiamo a restare incollati allo schermo, assorti nell’ammirazione del vero e proprio arsenale di filmati registrati con i quali la Jefa ci sta viziando, uno più curioso ed interessante dell’altro.
Alberta, con la macchina fotografica in mano, inizia a fare la stessa cosa mia ... cioè dare forma fotografica a tutto quanto accade attorno a lei; davvero mi piacerebbe vedere le foto che ha scattato.
Per parte mia, sottopongo Alberta al primo fuoco di fila di domande, cui lei risponde con una pazienza ed una dolcezza che sono proprie solo delle persone migliori; mi rispondeva sempre, infilando nelle sue risposte ogni e qualsiasi riferimento che secondo lei potesse interessarmi. Credo che ad un certo punto della conversazione lei già si fosse resa conto che nelle mie vene scorre un po’ di sangue italiano. Ho scattato una foto ad Alberta, nella quale il suo sorriso si riflette su un viso raggiante di felicità (ti dona tantissimo, ti rende ancor più bella); poi ne abbiamo scattata un’altra con me, lei ed Alberto.
Le nostre mani a poco a poco smettono di trattenere i gesti di autentica amicizia che stanno sgorgando spontaneamente tra di noi. Alberto suggerisce -in tono casuale - che all’esterno della casa ce ne staremmo più al fresco, e così lasciamo il salotto e ci concediamo alla nostra prima foto istantanea di gruppo. Ciascuno chiacchiera con tutti gli altri, i nostri sorrisi riflettono il nostro stato d’animo e del pari riflettono una felicità comune, che ormai nessuno di noi può più nascondere.
Doremi ci mostra la torta che in seguito avrebbe reso ancor più dolce quell’evento; io le dico che lo zucchero non è consentito nella mia dieta, anche se finirò per unirmi pure io, con un pezzo di torta, alla celebrazione; tutti noi, compresi i soggetti a rischio-diabete [come me], le facciamo corona, come se fosse l’oggetto centrale del nostro grande avvenimento.
Iniziamo ad esaminare nuovo materiale fornitoci da Mari Carmen, ed io mi ritrovo ad essere molto colpito dai suoi dischi in vinile, perchè – come sapete – sono un collezionista ... però lei possiede molti più dischi di Claudio di quanti ne abbia io, lei possiede di tutto e di più. E’ vero! Mi sento particolarmente attratto dai suoi 45 giri e LP; inoltre, ricordandomi del mio passato radiofonico, mostro - a tutti loro, che già hanno iniziato ad essermi amici - come avessi a suo tempo imparato a maneggiare i dischi nel modo meno dannoso possibile, sfilandoli con attenzione dalle copertine.
Credo che più o meno questo sia stato il momento in cui ebbi il mio primo contatto con Pac, il mio fratello spirituale -Tu sei quello di ... -Sono Poster-, rispondo; trovo del pari curioso il fatto che nessuno qui mi conosca con il mio vero nome, ed io d’altra parte come “Poster” sono “nato” da pochissimo ... mi suonò subito come uno dei brani più familiari. Pepi, la moglie di Pac, da moltissimi anni cercava di identificare una certa canzone; queste cose mi affascinano, sicchè ... -Cantamela un po’- le dissi, ed alle prime note risposi subito, con una sicurezza incrollabile, sapendo che l’avrei resa molto felice: Questa canzone è del brasiliano Fernando Mendes, e si intitola “Silla de ruedas [Sedia a rotelle, nota del traduttore]”. (Approfitto per chiarire, giunti a questo punto, che non sono affatto uno che ama ostentare; semplicemente mi piace condividere quel poco che so con gli altri; gioco con un vantaggio, ossia il fatto che LA MUSICA è sempre stata l’asse centrale della mia vita, vivo per essa e con essa). Fatta questa precisazione, debbo dire che Pac rispose con un’espressione molto simpatica: Una macchina! Sei una macchina!!- -E c’è di buono che ce l’ho, quella canzone, così ve la manderò-, dissi loro con grande gioia. –Erano anni ed anni che la cercavamo. –Ormai avevamo perso la speranza- mi risposero entusiasti. Chiesi allora a Vane e a suo marito che mi indicassero – se volevano – qualche brano da loro dimenticato; ormai avevo scaldato i motori ed ero più che disposto a compiacere i miei compagni; feci come aveva fatto Pepi e canticchiai alcuni passi di “Do it again” degli Steely Dan, che credo ormai sarà loro arrivata, assieme ad un’altro gruppetto di canzoni che del pari spero siano loro piaciute. Durante tutto questo tempo i componenti del gruppo del Cla’ 3 continuavano a toccare, guardare ed accarezzare ogni disco od oggetto di Claudio che Doremi ci metteva in mano, facendo domande sulla sua provenienza, mentre la voce di Claudio continuava ad andare in sottofondo e noi canticchiavamo le sue parole e le sue melodie.
Alberta partecipa del senso dell’umorismo spagnolo, perchè ad un certo punto - informata del pellegrinaggio che mi ero sobbarcato per assistere al Cla’ 3 - commentò che, per parte sua, lei se ne sarebbe tornata in Italia in aereo mettendoci molto meno tempo di me; circondato da simpatia, risate e sghignazzate varie, cercai inutilmente di convincerla ad andarsene lei a Badajóooooo con i miei biglietti dell’autobus e lasciar andare me in aereo (mezzo con il quale finora non ho mai viaggiato) con i suoi biglietti. Alla fine però non ci riuscii. Ah! Piko... mio caro Piko, ricordi? Domandai ad Alberta, ancora una volta, qualcosa riguardante Claudio. – Nella canzone Poster, versione originale italiana, i versi dicono, ad un certo punto ... “vieni in Tunisia”?- al che lei rispose affermativamente; io le dissi che nella versione spagnola lui canta –“vienes a Punta Umbría” ; entrambi ci dichiarammo certi del fatto che sicuramente Claudio, quando incise il disco con la versione spagnola, non avesse la più pallida idea di dove fosse questa località della Costa de la Luz spagnola. A questo punto, però, il mio caro amico Piko affermò che la frase di quella grande canzone non era così; non ricordo con esattezza quale fosse secondo lui il testo esatto. Sta di fatto che volli scommettere con lui una birra (analcolica), essendo io pienamente convinto di essere dalla parte della ragione. Per un bel po’ di tempo continuammo a parlarne, finchè la scommessa aumentò di valore, sino ad avere come oggetto una cena -te la offro, se necessario, a Badajó- –dissi -. Quindi qualcuno si decise a chiedere alla Jefa quale fosse la risposta esatta, e lei – con la massima sicurezza – disse “Punta Umbría”; un sentimento di gioia mi pervase, e tuttavia, essendo io un testardo, insistetti perchè lei mettesse quel disco nel lettore di CD; Doremi alzò il volume al massimo e risuonò quel verso... -“Vienes a Punta Umbría” - ... nella ineguagliabile voce di un Claudio che avevo ascoltato migliaia di volte nella sua interpretazione del lato “B” di “Sabado por la tarde”.
E così, quasi senza rendercene conto, la sera passò. Ricordo che fu Venancio a portarci fino al locale destinato a farci rifocillare ed a farci riprendere le forze, dato che la notte era destinata a popolarsi di avvenimenti inaspettati ed uno più emozionante dell’altro. Puoi non voleva perdersi il divertimento e – dalla città dove scorre il Guadiana – partecipò alla festa per telefono; passai in giro il mio cellulare, e credo che Puoi sia riuscito a parlare con Piko, Doremi ed Alberto. Dall’esterno del ristorante, un posto specializzato in “tapas”, chiamai a casa per informare le mie donne sull’avventura che stavo vivendo nella capitale del Turia e per far loro ascoltare - dall’altra estremità della Spagna - la mia voce tranquillizzante. Durante questa conversazione telefonica io lanciavo occhiate agli altri tutt’attorno, fra i quali vi erano gli ancora a me sconosciuti José Palacios e sua moglie Amada, oltre ad un amico portoghese, collezionista come me; ci salutammo cordialmente e ci scattammo una foto tutti assieme là fuori, allo scopo di perpetuare il nostro incontro nel futuro.
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NB: La musica di sfondo è "Poster": è il nome dell'autore del resoconto. Le parole del ritornello "...e andare lontano, lontano..." è quello che ha fatto il nostro amico di Badajoz per venire a Valencia. |
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